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Il Superfluo / Das Überflüssige

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"Bagliori / Die Verblendung" 1:00 min / Loop

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Buch: Un Religioso Silenzio zu finden unter: Siehe hier


Buch: L´Odore del Caffe Amaro zu finden unter : Siehe hier


Buch: Strohblumenstörung:
Politische Dichtung der Gegenwart 1: Siehe hier

Buch: Fassadenflucht: Politische Dichtung der Gegenwart II: Siehe hier

Press

Angela Di Bello Kunstkritiker (Amerikanische Kunstkuratorin) sagte über mich:
“Raffaele Gatta is a young Italian artist who creates probing, visionary art with both painting and photography. His works are characterized by the individual’s quest for meaning, connection, and understanding. Using modern and antiquated techniques in photography, he renders his vision in haunting black and white images, notable for their absence of human presence. Gatta’s paintings are equally contemplative, employing a limited palette and the same elusive artistic sensibilities. Influenced by American and French authors such as Jack Kerouac and Charles Baudelaire, Gatta learned early on to be self-proficient. He sees his art as a means for thoughtful repose, "I would like to make people reflect upon some deep and important topics without any pretence of teaching or judging." Born in Frosinone, Italy in 1980, Gatta is a young and vibrant artist, full of energy for life. A poet as well as a visual artist, he took part and won first prize in the literary competition Polis Poiesis.

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Angela Di Bello

Interview von Il Gruppo:


Classe ’80, Raffaele Gatta , originario di Frosinone, ha improntato la sua vita decisamente in nome dell’arte. Laureato in Fotografia e Arti visive all’Accademia di Firenze, ha sin da giovane coltivato le sue passioni tramutandole in vero e proprio lavoro con risultati eccellenti. Mostre allestite in giro per l’Italia e all’estero, da Roma a New York; collaborazioni con riviste di settore  come “Il Mensile” e “Don Orione Oggi”. Nel 1997 il primo riconoscimento ufficiale per i suoi scritti; il premio letterario Polis Poiesis nella sez. poesia giovani. Ancora nel 2008 partecipa al “Cesare Pavese sez. poesia” ottenendo un grande riscontro che gli è valsa la pubblicazione di un suo componimento nell’antologia “Pensieri d’inchiostro” edita da Giulio Perrone.
L’ultimo lavoro “L’odore del caffè amaro”: un titolo che già dall’inizio lascia presagire una pausa di riflessione da un retrogusto amaro.
Ci spieghi la scelta di questo titolo?

In realtà il titolo si può spiegare in modo molto semplice, ovvero come concetto di pausa e momento di rottura dalle problematiche reali.  Così come il caffè rappresenta, in effetti, un piccolo break all’interno di una giornata, la pausa di riflessione deve servire nella vita di ognuno come motivo decisionale: arrendersi o lottare?
Un raccolta di racconti che possono essere visti e letti come singole entità autonome. Nonostante l’apparente indipendenza l’uno dall’altro esiste, si avverte, un sottile filo che unisce tutte le storie. Quale è il collante del libro?
Si, il libro può essere letto in più modi. Come singoli racconti, autonomi e indipendenti con specifici personaggi e storie oppure come è descritto nell’indice, come un vero e proprio romanzo suddiviso in tre parti. Questo perché, sebbene le storie siano divise fra di esse, il motivo centrale del libro è unico: l’esistenza umana con i suoi molteplici aspetti. L’idea poi, di strutturarlo più come insieme di racconti che come vero e proprio romanzo nasce dalla constatazione stessa di un reale precario e labile.
Uno stile asciutto, realistico, con diretti riferimenti geografici e storici. Un ‘Italia dei giorni nostri che vive tra Roma, la Ciociaria e il Circeo. I personaggi parlano in modo diretto, senza intercalari: cosa ha motivato questa scelta di registro?
Non direi che lo stile del libro sia sempre asciutto e realistico anzi…ad esempio nella parte del prologo dove troviamo i primi 4 racconti: a,b,c,d il registro linguistico, le descrizioni degli ambienti divengono ossessive e labirintiche quasi a rasentare una forma astratta del pensiero, mentre nella seconda parte del libro lo stile diviene  semplice, diretto. Anche questo è voluto proprio a riferimento di una perdita di coesione culturale e sociale.
Racconti in prima persona che fanno immedesimare il lettore con le vicissitudini che si susseguono. Personaggi piatti in apparenza ma in realtà portatori di grande caos interiore. Geni incompresi o disadattati, comunque sia persona in lotta con loro stesse e la superficiale società che le circonda. E’ una critica a ciò che ci circonda? La tv, il Grande Fratello, la cultura dell’immagine sono le panacee di tutti i mali?
Si  il libro è una vera e propria critica a ciò che ci circonda, questa società con la sua politica irreale e spettacolarizzata, con la sua cultura dell’immagine portatrice di un edonismo aberrante, quasi razzistico che ha reso la stessa figura della donna un po’ artefatta. I personaggi dunque, uomini e donne, risentono di questo peso dall’alto ( politica e spettacolo ) e se sono paranoici, cattivi o superficiali è perché riflettono le stesse istituzioni.  E’ un vero e proprio decadentismo della parola e della forma che è percorso dai palinsesti televisivi. Credo che ci debba essere libertà di idee come nella politica, così nello spettacolo ma un limite morale è un traguardo che ogni società civile deve porsi.
Roma è sfondo principale della maggior parte delle storie. Città che accoglie e che distrugge. Una giungla che facilmente si trasforma in deserto. Che tipo di legame hai con la Capitale?
Roma si trova in alcune storie, così come la Ciociaria, il Circeo ma anche Firenze, Napoli. In realtà la location che fa da sfondo a queste storie è stata del tutto casuale, perché oggi giorno in un mondo come il nostro, globalizzato e veloce, tutto si è fatto più piatto e simile a se stesso. Il legame che ho con la Capitale è un legame di delusione…Roma ha perso la sua identità e le sue radici ed ora è divenuta più un laboratorio antropologico culturale e se questo da un lato è un aspetto molto interessante e anche positivo perché rigenera e favorisce la nascita di nuove relazioni e culture provenienti  anche da luoghi assai diversi dal nostro, dall’altro è deludente perché fa sì che vada scomparendo, per certi aspetti, quella tipica romanità che la contraddistingueva. Ovviamente a mio parere, se Roma come il resto dell’Italia o dell’occidente perde la sua identità non è per colpa dei nuovi arrivati o delle nuove culture, ma a causa di quell’edonismo di cui si parlava e che rende ogni cosa molto meno salda.
Donne poco risolutive e superficiali. Rari i casi di rilevante personalità. Quote rosa che escono abbastanza danneggiate dalla lettura del libro. Sarebbe il caso di dire che dietro una piccola donna c’è sempre un uomo insicuro?
No, non credo che dietro una piccola donna c’è sempre un uomo insicuro. La piccolezza e l’insicurezza non è tipica della donna o dell’uomo, ma di tutti. Innanzitutto nel libro se qualcuno esce danneggiato non è affatto la donna, ma l’umanità in generale e poi è ancora possibile una distinzione uomo donna? Tra le altre cose proprio il primo racconto parla di un uomo piuttosto superficiale e dedito a tutto ciò che la società dei consumi propina. Le donne, così come gli uomini, sono il risultato di questi anni, di queste politiche feroci, prive di scrupoli e moralità dove la mercificazione ha reso tutto oggetto e dunque se vi è una colpa questa non va ricercata nelle donne, ma in questo specifico sistema politico economico.
Bisogna “ridere e non piangere”. Essere felici a tutti i costi. Eppure è così difficile a guardarsi intorno. Qual è la formula vincente secondo te? E’ possibile raggiungere questo stato d’animo o bisogna optare per un sano pessimismo?
Mai arrendersi a un sano pessimismo. Sarebbe la fine. Io credo che la formula vincente sia la ricerca di una coesione sociale e culturale, la parità di diritti e soprattutto la voglia di lottare e migliorare ciò che non funziona. Questo può rendere la vita migliore. Un aggettivo per definire “la tua ultima fatica”? Perché un lettore dovrebbe scegliere “l’odore del caffè amaro” dallo scaffale di una libreria? “È un caffè più costoso del solito”. Io lo sceglierei per il titolo e poi, molto spesso, sono attratto da nuovi autori…mi piace la novità.
“Non c’era più fretta per nulla. Non c’erano più squilli, cellulari, anziani doloranti nelle strade della città che sembravano ammalarsi di un cancro emozionale sotto l’incudine delle generazioni successive, fredde e spietate, non c’erano gatti randagi, bambini con bici già crudeli. Non c’erano tv senza audio alle tre di notte o monitor connessi con altrettante connesse persone. Lì era una foglia. Cadente” . Con queste parole si chiude il libro. Ancora una nuova, ultima, riflessione.  Sedersi, sorseggiare un caffè e digerire la vita. In bocca al lupo!
Ecco si…digerire la vita, ma non del tutto…rialzarsi e affacciarsi al mondo, credere nel cambiamento.

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Ires Morgia

A München “L’odore del caffè amaro”


Ho conosciuto Raffaele Gatta, artista italiano che si trova qui a Monaco da pochi mesi, attraverso lo stesso comune interesse ovvero l’arte.

Mi incontro con Raffaele nei pressi dell’ Hauptbahnhof di Monaco, facciamo un po’ di su e giù con il telefonino all’orecchio prima di riuscire ad individuarci. Dopo di che passeggiamo per le vie del centro discutendo del suo libro e del momento particolare che l’Italia e gli italiani stanno attraversando:
L’odore del caffè amaro è un libro di Raffaele Gatta uscito pochi mesi fa con la casa editrice Robin Edizioni. Già nel titolo viene espressa la drammatica realtà che il nostro paese sta vivendo negli ultimi anni. E’ di fatto un caffè amaro, come dice il titolo del libro, ma tale amarezza è resa evidente non con la sua degustazione – nemmeno questo sembra essere concesso – bensì con l’odore, come a simboleggiare un’Italia oramai divenuta amara senza essere vissuta, dove per l’appunto il dramma è un dramma apparentemente non partecipato, ovvero virtuale ma forse proprio per questo ancora più distruttivo per chi lo vive. Parliamo del lavoro che molti giovani nemmeno riescono a provare né come esperienza esistenziale e formativa, né tanto meno all’interno di un quadro più propriamente economico pragmatico. Parliamo della quotidiana realtà che tanti non vivono perché rinchiusi nelle loro camerette davanti a monitor di computer surriscaldati per le troppe ore…ne deriva solo l’odore dell’amarezza, nemmeno il suo gusto!
Certo dinanzi a tali problematiche il libro sembra essere la copia di una discussione politica economica che già giornali e televisioni discutono da mesi, anni, eppure non è così. Infatti le storie si susseguono una dopo l’altro in un ritmo ossessivo e lacerante, snodandosi in presenza di personaggi reali e contemporanei che annusano disagi affettivi, economici, culturali. Tutto questo viene descritto sotto la patina di un consumismo che dilania uomini e donne, li fa apparire immorali, mediocri anche se non sono essi a volerlo, ma la società la quale li risucchia in un vortice logorante. E cosi leggiamo di una ragazza sola, all’interno di un appartamento ultra moderno come vuole la moda, intenta solo a trovare il peso perfetto, oppure di un palestrato che fa del suo aspetto esteriore una forma di socializzazione nella palestra che frequenta settimanalmente, come se solamente attraverso l’estetica si riuscisse, oggi giorno, a trovare l’amicizia.
Il libro non è un romanzo, ma una raccolta di racconti che nella loro forma e nei loro contenuti tracciano però le linee di un romanzo per capitoli, racconto dopo racconto. Per questo motivo il libro può essere letto come una grande storia dove personaggi scollegati tra di loro vivono tutti insieme una condizione simile, oppure come singole storie di microcosmi esistenziali.
Un libro contemporaneo di uno scrittore all’esordio, almeno per quanto riguarda la narrativa perché come poeta già pubblicato precedentemente (Un Religioso Silenzio ed. Andromeda) il quale si esprime in un stile narrativo sdoppiato in un linguaggio poetico e visivo, ma che fluidamente si fa leggere.



L’artista è sempre impegnato a scrivere una minuziosa storia del futuro perché è la sola persona consapevole della natura del presente.


Windham Lewis


Quando la pittura diventa strumento esaltatore del comune osservare, valorizzazione dei tradizionali cardini comunicativi riscoprendo nuove possibilità analitiche collegate al quotidiano. L’irreale dal reale, raffigura Raffaele Gatta nella posizione che, senza passione, non esiste arte. Esalta forme e volumi, persegue sensualità nella continuità del particolare, del dettaglio dichiarando una percezione di insieme rapitrice che seduce ogni tipo di sguardo. Non c’è rottura tra i suoi dipinti: l’astratto domina e qualche segno di figura reale definisce l’aspetto umano in uno sfondo cupo, un passato che ha messo in equilibrio materiali di natura umile e altri di natura preziosa: i valori della vita. Ispirato dalle sagome del corpo umano possiede vari ricordi del grande maestro novecentesco Matisse ossia la sua figura garantisce una precisione nell’unione di varie tecniche e metodi di capire le cose: non è un punto di partenza, ma una conclusione. Realismo e astrazione si riconciliano idealmente e cioè il segno viene disegnato dal colore. Ciò non risulta una semplificazione ma una nettezza di idea nel confronto della figura stessa. Direi un messaggio altamente rivoluzionario. Giochi di luminosità innestati tra vari segni sono il principale strumento non solo per immaginare il tratto come involucro, ma l’anima quale realtà velata dalla conformazione della curvatura stessa, centro propulsivo di tutta la dinamica psicologica ed emotiva del pensiero umano. Nell’itinerario evolutivo di Raffaele sente l’urgenza di una nuova imposizione del discorso spaziale, utilizza dei tratti forti che incidono con il colore per lo più in maniera trasversale la tela e costituiscono il preludio di un’apertura diversa dell’obiettivo: dalla totalità dell’insieme colorato al dettaglio del ricordo della storia dell’arte. Un’attenzione precisa viene dedicata alla funzione strutturante del colore, che dà consistenza all’immagine e significato alle temperie del quadro: nella miscelatura del segno bianco e del nero l’autore ricava una sagoma che lascia immaginare a stili corporei che ricordano vagamente Matisse. Il fascino di cercare, trovare il suggerimento per l’ambiguità permane come una soglia che separa l’astratto dal virtuale, il primo piano dalla profondità di campo, l’apparente dal fisico. Quindi un uscire continuo dal perimetro condizionante della figura e di esprimere con maggiore libertà e felicità i risultati. Una ricerca continua che si estende in una dimensione che unifica spazio e tempo dell’atto creativo; l’intento dichiarato è dunque di andare all’interno della pittura, penetrare la sua essenza, dimostrare un messaggio chiaro. È un aspetto notabile dell’effetto estetico raggiunto in queste opere, la bellezza: proporzione e chiarezza. Un risplendere dunque ci colpisce: è chiaro che lo stile di questa pittura ormai rientra nell’astratto, anche se c’è l’invadenza di qualche ricordo figurativo. Il quadro, infine, può rapportarsi a una qualsiasi espressione empirica solo a condizione di essere un’autentica opera d’arte.

Elisa Pinzan


La rivista "CRITICA IMPURA" di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli ha detto di me : Siehe hier


La rivista OUBLIETTE MAGAZINE ha detto di me : Siehe hier